QUARESIMA: CAMMINO DI CONVERSIONE

Published on 1 March 2017

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Il  mercoledì delle Ceneri ci ha introdotto nel periodo quaresimale.  È il «tempo forte» che prepara alla Pasqua, culmine dell’Anno liturgico e della vita di ogni cristiano. Come dice san Paolo, è «il momento favorevole» per compiere «un cammino di vera conversione» così da «affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male», si legge nell’orazione colletta all’inizio della Messa del Mercoledì delle Ceneri. Questo itinerario di quaranta giorni che conduce al Triduo pasquale, memoria della passione, morte e risurrezione del Signore, cuore del mistero di Salvezza, è un tempo di cambiamento interiore e di pentimento in cui «il cristiano è chiamato a tornare a Dio “con tutto il cuore” per non accontentarsi di una vita mediocre», ricorda papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima 2017.

Atteggiamenti propri di questo periodo: digiuno, preghiera e opere di carità.

Se l’invito alla conversione è rivolto a tutti i battezzati, tanto più noi consacrati dobbiamo ritenerlo indirizzato a noi; con l’impegno a non renderlo  un fare di pratiche esteriori, quanto piuttosto un cammino che cambi radicalmente il nostro cuore e coinvolga tutta la nostra vita in tutte le sue dimensioni.

 

1. Convertirci al carisma

La Chiesa guidata dallo Spirito alla pienezza della verità, nel pro­porre la santità del nostro San Francesco, ha riconosciuto la va­lidità e l'attualità del nostro carisma. Egli ha raggiunto le alte vette della santità vivendo un profondo spirito di preghiera e di mortificazione che gli faceva sperimentare la presenza di Dio nello scorrere dei suoi giorni terreni. Alte vette di esperienza di Dio che non gli hanno nascosto il suo volto concreto nell'esercizio della misericordia verso i fratelli più poveri. L’inginocchiarsi dinanzi ai poveri, era per Francesco un atto di adorazione dell'immagine di Dio scolpi­ta in loro: "avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere [...] Signore quando ti abbiamo visto? [...] Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me " (cfr. Mt 25,35ss). Sarà questo il giu­dizio sulla fedeltà al carisma che ci è stato affidato.

“Ci fa bene accogliere il sogno dei nostri padri per poter profetizzare oggi e ritrovare nuovamente ciò che un giorno ha infiammato il nostro cuore. Sogno e profezia insieme. Memoria di come sognarono i nostri anziani, i nostri padri e madri e coraggio per portare avanti, profeticamente, questo sogno. Questo atteggiamento renderà fecondi noi consacrati, ma soprattutto ci preserverà da una tentazione che può rendere sterile la nostra vita consacrata: la tentazione della sopravvivenza. Un male che può installarsi a poco a poco dentro di noi, in seno alle nostre comunità. L’atteggiamento di sopravvivenza ci fa diventare reazionari, paurosi, ci fa rinchiudere lentamente e silenziosamente nelle nostre case e nei nostri schemi. Ci proietta all’indietro, verso le gesta gloriose – ma passate – che, invece di suscitare la creatività profetica nata dai sogni dei nostri fondatori, cerca scorciatoie per sfuggire alle sfide che oggi bussano alle nostre porte”. (Papa Francesco, omelia festa della Presentazione del Signore 2017)

Oggi, spetta a noi, con uno stile di vita austero, sobrio, coe­rente e trasparente rendere attuale e concreta la "mistica della miseri­cordia e della carità" che congiunge il cielo alla terra e la terra al cie­lo. Se la conversione è la dimensione stabile di ogni cammino di fede, lo è in modo tutto singolare per noi che ne abbiamo fatta la professione della vita. Solo a un cuore convertito è dato di udire  Dio che bussa alle porte della sua vita, della sua storia.

La penitenza-conversione non è tristezza per quello che si lascia, ma gioia per il "padre ritrovato", per il "fratello ritornato", per aver ricondotto all'ovile la "pecorella smarrita" e per aver ritrovato "la moneta perduta" (cfr. Lc 15).

La consacrazione, l'impegno di condurre le realtà del mondo a Dio (cfr. Giovanni Paolo II, Christifideles Laici, 1988, 15), non ci ha reso poveri, ma ci ha arricchito dei sentimenti di Cristo, del do­no di tanti fratelli, della comunione e della solidarietà. Per questo "fra noi non si vedano volti tristi, persone scontente e insoddisfatte, perché una sequela triste è una triste sequela" (Papa Francesco,lettera apostolica ai consacrati, 2014 ). Non sia il cammino di conversione a intristire i nostri giorni.

La misura che indica una vita "abitata" dall'Amore è: lavare i piedi, servire, prendersi cura dell'uomo ferito e abbandonato lungo la stra­da, dell'ammalato che grida e chiede di essere aiutato. Non siano le "nostre" preoccupazioni a renderci sordi e chiudere il cuore alla ge­nerosità verso Dio e di conseguenza verso i fratelli.

Il carisma, dono dello Spirito, non è soltanto per la salvezza o santifica­zione personale, ma anche per l'utilità comune. Non è un reperto archeolo­gico, un'eredità da "conservare" per essere tramandata, ma come do­no dello Spirito va assecondato nella capacità di trovare sempre cam­mini nuovi. "Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recu­perare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, me­todi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale" (EG 11).

 

2. Convertirci alla comunità

Secondo Papa Francesco, “un aspetto che si dovrà curare in modo particolare è la vita fraterna in comunità”, “alimentata dalla preghiera comunitaria, dalla lettura orante della Parola, dalla partecipazione attiva ai sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione, dal dialogo fraterno e dalla comunicazione sincera tra i suoi membri, dalla correzione fraterna, dalla misericordia verso il fratello o la sorella che pecca, dalla condivisione delle responsabilità”. (Discorso ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, 9/02/2017)

Chi professa di voler vivere il Vangelo, non può non aver a cuore l'ideale della comunità. Nonostante sia stato scritto: "Vita communis maxima poenitentia", la comunità lungo i secoli è stata luogo dove si diventa fratelli, luogo di incontro ed esperienza di Dio, fucina di san­tità. La comunità, è il luogo in cui ognuno può dare, ricevere e chie­dere con fiducia. Infatti, il giorno in cui abbiamo scelto di entrare in comunità, abbiamo deciso di non vivere da soli, ma insieme.

La Chiesa ci chiede di essere uomini di comunione e testimoni di comunione. Ciò significa, ricercare nella fatica quotidiana relazioni nuove; ascolto e accoglienza vicendevole; disponibilità al perdono, pronti a sanare le ferite provocate dalla umana debolezza; fare spazio all'altro abbattendo i confini delle proprie chiusure.

Siamo chiamati a diventare "esperti di comunione" e se la "spiri­tualità della comunione" deve diventare lo stile di vita delle nostre comunità, allora come dice Vita Consecrata "la vita spirituale deve es­sere al primo posto nel programma della famiglia di vita consacrata". Infatti, da questa opzione prioritaria sviluppata nell'impegno perso­nale e comunitario, dipende la fecondità apostolica, la generosità nell’'amore per i poveri, la stessa attrattiva vocazionale sulle nuove gene­razioni. E' proprio la qualità spirituale della vita consacrata che può scuotere le persone del nostro tempo, anch'esse assetate di valori as­soluti” (VC 93).

Purtroppo questo ideale si scontra con la realtà che viviamo quotidiana­mente: impazienza, scontrosità, difficoltà a dialogare, poca carità nei conflitti. Situazioni che favoriscono la chiusura, l'individualismo, e spesso nascondono malesseri più profondi. Facciamo nostro il richia­mo di S. Paolo alla comunità di Efeso: "siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo" (cfr. Ef 4,32).

Vivere la comunione in comunità è difficile! Il dialogo, "la nuova forma di vivere la carità", per costruire la comunione esige di essere continuamente riaperto. Il vero problema è la rassegnazione, l'incro­ciare le braccia nella convinzione che non c'è più niente da fare.

Il mio invito a convertirci alla comunità vuole essere un ritor­no alle radici dello stare insieme che trova la sua origine, il suo svi­luppo e la sua maturazione nel mistero trinitario. Bisogna ripartire da " Cristo Gesù presente", (cfr. Mt 18,20), dalla "passione per Lui" per andare oltre e giungere ad una testimonianza comunitaria della spiritualità di comunione.

Dalla conversione personale nasce anche quella comunitaria. Da questo reciproco cammino le nostre comunità si possono trasformare in luoghi di fede, oasi in cui essa, nutrita dalla Parola e dall'Euca­ristia, vissuta e testimoniata, diviene dono reciproco tra i fratelli e lu­cerna sempre accesa per chi cerca Dio.

 

3. Convertirci alla missione

"L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o, se ascolta i maestri, è perché sono dei testimoni" (Paolo VI). Convertirci alla missione vuol dire andare al cuore della nostra consacrazione per dare significato alla nostra presenza nella Chiesa che ha iscritto nella sua natura il compito di annunciare il suo Maestro e Signore, Gesù Cristo. Presi dalle attività si finisce, a volte, di credere queste il metro di misura della nostra missione nella Chiesa e nel mondo. Cadere nella trappola dell'attivismo è il peggior male che possa capitare ad un religioso!

Avendo scelto di seguire più da vicino il Maestro, "curiosi" di vedere dove abita, siamo invitati a fermarci presso di Lui (cfr. Gv 1,39ss).

Papa Francesco a questo proposito ci ammonisce: “se la vita consacrata vuole mantenere la sua missione profetica e il suo fascino, continuando ad essere scuola di fedeltà per i vicini e per i lontani, deve mantenere la freschezza e la novità della centralità di Gesù, l’attrattiva della spiritualità e la forza della missione, mostrare la bellezza della sequela di Cristo e irradiare speranza e gioia”. (Discorso ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, 9/02/2017)

Dall'incontro prolungato con Gesù, scaturisce il compito di portare al mondo la gioia del Vangelo, che è il servizio prioritario che possiamo e dobbiamo rendere alla Chiesa. "Chi ha veramente incontrato Cristo, non può tenerlo per sé, deve annunciarlo" (San Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte, 40). Non saranno le tante cose da fare a renderci visibili e credibili, ma la testimonianza di una vita che affonda le sue radici nel Vangelo, segno visibile di uno stile e di una mentalità che ha assunto sopra tutto il primato di Dio. "Non servono, ricorda Papa Francesco, né le proposte mistiche senza un forte impegno sociale e missionario, né i discorsi e le prassi sociali e pastorali senza una spiritualità che trasformi il cuore" (EG 262).

Dire missione vuol dire anche "andare", "prendere il largo". Gesù non raccomandò ai suoi di restare chiusi nelle "quattro mura del cenacolo" che davano loro sicurezza, ma "andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura" (cfr. Mc 16,15). Per secoli, eccetto qualche sporadica esperienza (cfr. America), i confini geografici dell'Europa sono stati le nostre colonne d'Ercole. E' passato quasi un trentennio da quando il Capitolo Generale del 1982 decise, timidamente e con molta prudenza, l'apertura verso nuovi territori (Africa).

E' stata una decisione dello Spirito, un'opportunità della grazia! Quanta strada si è fatta da allora! Oggi siamo presenti in America, Germania, Repubblica Democratica del Congo, Kenya, India e Filippine. La stessa presenza in Brasile può fare affidamento su confratelli del luogo. Le mis­sioni sono onerose, sia in termini di energie umane, sia economiche. Un grazie particolare desidero esprimerlo ai tanti confratelli, di ieri e di oggi, che hanno offerto la loro gioiosa disponibilità, ma anche al sacrificio delle comunità che li sostengono. Questo "uscire" per an­dare ad abitare nuovi terrori è guardato da tutti in modo positivo? No! Noto ancora una certa fatica ad aprirci alle nuove culture, ai nuovi costumi; ci sono ancora difficoltà, riserve nell'accettare le di­versità. Bisogna prendere coscienza che l'impegno di uno solo non va molto lontano, ma solo operando insieme saremo in grado di met­tere in atto un vero cambiamento di mentalità che porti nel cuore dell'uomo, nelle culture, nella vita ecclesiale, nella società e nel luo­go concreto che il Signore ci ha donato di servire, un rinnovato im­pegno per la "buona notizia". Lo afferma con forza S. Giovanni Paolo II: "Nel nostro mondo, dove sembrano spesso smarrite le trac­ce di Dio, si rende urgente una forte testimonianza profetica da par­te delle persone consacrate. Essa verterà innanzitutto sull'affermazio­ne del primato di Dio e dei beni futuri, quale traspare dalla sequela e dall'imitazione di Cristo casto, povero e obbediente, totalmente vo­tato alla gloria del Padre e all'amore dei fratelli e delle sorelle. La stessa vita fraterna è profezia in atto nel contesto di una società che, talvolta senza rendersene conto, ha un profondo anelito ad una fra­ternità senza frontiere" (VC 85).

 

CONCLUSIONE

Considero questo tempo che stiamo vivendo come un tempo di grazia per purificarci e guardare con occhi nuovi, gli occhi della fede, al futuro che ci aspetta. Ci è chiesta una conversione a tutti i livelli. Papa Francesco ha espresso questo compito in un modo semplice e allo stesso tempo pragmatico nell'Esortazione Apostolica Evangeli Gaudium (cfr. EG 19-49). Così si rivolgeva, con molto realismo, ai Superiori generali nell'udienza del novembre 2013: “Dovete essere veramente testimoni di un modo diverso di fare e di comportarvi. Ma nella vita è difficile che tutto sia chiaro, preciso, disegnato in manie­ra netta. La vita è complessa, è fatta di grazia e di peccato. Se uno non pecca, non è uomo. Tutti sbagliamo e dobbiamo riconoscere la nostra debolezza. Un religioso che si riconosce debole e peccatore non contraddice la testimonianza che è chiamato a dare, ma anzi la rafforza, e questo fa bene a tutti. Ciò che mi aspetto è dunque la te­stimonianza. Desidero dai religiosi questa testimonianza speciale”.

Mandolesi P. Raffaele

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